The Witch – Recensione

New England, 1630. Minacciato di essere bandito dalla Chiesa puritana, un contadino inglese lascia il suo villaggio coloniale per trasferirsi con la moglie e i cinque figli in un remoto terreno ai confini di una sinistra foresta, nido di oscure presenze. Molto presto cominciano ad accadere strani fenomeni: gli animali mostrano aggressività, il raccolto viene devastato, un bambino scompare ed un altro sembra posseduto da un’entità demoniaca. Mentre cresce il terrore e la paranoia all’interno della famiglia, la figlia adolescente del contadino, Thomasin, viene accusata di stregoneria. La ragazza nega il suo coinvolgimento, ma la famiglia viene messa a dura prova dall’ombra del sospetto e dagli inquietanti avvenimenti che la sconvolgono.

Queste sono le premesse che introducono The Witch – A New-England Folktale (nelle sale italiane a partire dal 18 Agosto con l’opinabile sottotitolo Vuoi ascoltare una favola?), lungometraggio presentato al Sundance Film Festival 2015, dove ha ottenuto il riconoscimento per Miglior Regia Drammatica, nonché esordio cinematografico del regista e sceneggiatore americano Robert Eggers.

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Con alle spalle una breve ma sostanziosa esperienza in qualità di scenografo e costumista teatrale, il giovane regista originario del New Hampshire porta sugli schermi cinematografici un’opera anticonvenzionale duramente collocabile all’interno di un cinema di genere. Un progetto nutrito nel corso degli anni da una forte ossessione: rendere moderno ed attuale l’incubo puritano del male incarnato nell’icona popolare della strega. Quella stessa ossessione che ha condotto tra il XV e il XVII secolo, in piena epoca dell’Inquisizione, alla tristemente nota caccia alle streghe e al celebre caso dei Processi di Salem. L’ossessione anche di un’autenticità storica, tradotta in questo caso con un’estrema fedeltà agli usi linguistici dell’epoca (ripresi direttamente da fonti storiche) ed uno studio dettagliato e approfondito delle leggende, dei racconti e resoconti scritti di stregoneria storica incluse riviste, diari e documentazioni di processi.

Se da un lato l’insolito formato widescreen 1:66:1 permette di risaltare la verticalità degli incombenti paesaggi nordamericani e il senso di claustrofobia indotto dalle poche scene girate in interno; dall’altro l’algida fotografia di Jarin Blaschke si diletta con la freddezza della luce naturale svuotando la messa in scena di ogni sua tinta che si rivela dunque desaturata ad eccezione del colore rosso. Il rosso delle vesti della lamia, il rosso del delitto, il rosso della mela quale frutto proibito e simbolo per antonomasia del peccato originale. A rifinire l’atmosfera, la colonna sonora, affascinante quanto stridente, realizzata da Mark Korven tra organetti, waterphone, nyckelharpa e cacofonici canti femminili.

Ottime le prove attoriali di Kate Dickie (nota per aver interpretato il personaggio di Lysa Tully Arryn nella serie televisiva Il Trono di Spade) e Ralph Ineson mentre sorprendono le interpretazioni di Harvey Scrimshaw (Caleb) e del duo Ellie Grainger/Lucas Dawson nei panni dei due gemelli Mercy e Jonas. Primeggia Anya Taylor-Joy, nei panni della protagonista Thomasin, che ci rende nostalgici di quella Elle Fanning di The Neon Demon (ultima fatica di Nicolas Winding Refn) richiamata sia nella fisionomia, sia in quella lenta ed inesorabile discesa agli inferi che conduce ambedue i personaggi alla corruzione della loro purezza ed innocenza spirituale.

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Da Charles Perrault ai fratelli Grimm (che hanno ispirato anche il suo precedente cortometraggio Hansel and Gretel), Eggers cita come fonti di ispirazione The Shining di Stanley Kubrick (non tanto per le dinamiche familiari quanto più per la struttura e il crescendo tensionale), il classico del cinema muto Häxan: La stregoneria attraverso i secoli di Benjamin Christensen, Sussurri e grida di Ingmar Bergman e Dies Irae di Carl Theodor Dreyer.

Una prima lettura del racconto potrebbe indurci ad una interpretazione in chiave femminista della pellicola: la strega, o in senso più generale il male primordiale, rappresenta la personificazione materiale della paura dell’uomo rispetto al potere femminile. Sotto un altro punto di vista, la paura nonché il desiderio del potere da parte delle donne stesse.

Un’altra lettura ci riporta invece ad un piano storico-spirituale, alludendo alle insidie del sistema di credenze e più in generale al potere della superstizione. Tutti i membri della famiglia sono peccatori. Thomasin, la figlia maggiore, confessa fin dal principio di aver violato con il pensiero tutti i Comandamenti; il secondogenito Caleb scruta con fugaci sguardi il seno della sorella maggiore mentre la coppia di gemelli inneggia canti a Black Philip, un caprone nero emblema del daemonium.

Sospesa ogni possibile interpretazione, The Witch di Robert Eggers si impone sulla scena come il più evocativo quanto originalmente affascinante horror della recente stagione cinematografica.

Alex Zambernardi

Alex Zambernardi

Nato a Magenta nel lontano 1991, nel 2015, conclusa una triennale nell'ambito della comunicazione, sopraffatto dalla passione cinefila intraprende la laurea magistrale in Cinema e Media presso l’Università degli Studi di Torino.