The Double – Recensione

“..se ne restò disteso immobile nel suo letto, come se non fosse tuttora pienamente certo di essersi destato o di non stare ancora dormendo, e come in dubbio se tutto ciò che lo circondava gli apparisse nella veglia della realtà o non fosse piuttosto il prolungamento delle sue sconclusionate fantasie notturne”.

Con queste parole esordiva Fëdor Dostoevskij nell’incipit de Il Sosia (1846), riproponendo un tema ricorrente nella produzione letteraria dell’autore: quello del doppio, della riconfigurazione dell’identità e, permettendo il prestito tedesco, della simbolica immagine del doppelgänger.

Dalla mitologia classica alla tradizione folkloristica, fino alle più recenti teorie psico-sociologiche, il topos ha invaso la cultura di massa arrivando ad esplorare le potenzialità del medium cinematografico in classici della storia del Cinema come Vertigo di Alfred Hitchcock o La doppia vita di Veronica di Krzysztof Kieslowski, fino ai più recenti Fight Club di David Fincher ed Enemy di Denis Villeneuve. Non rappresenta un’eccezione l’ultima fatica del regista e attore britannico Richard Ayoade che riscrive, affiancato dalla penna di Avi Korine, l’opera dostoevskijana in una prospettiva forse meno drammatica, equamente grottesca quanto più satirica, con un efficace pizzico di accento british.

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Presentato al Toronto International Film Festival 2013 e giunto sugli scaffali delle videoteche nostrane lo scorso giugno, Il Sosia (The Double) segue l’ordinaria routine di Simon James (interpretato da un carismatico Jesse Eisenberg), goffo ed introverso burocrate, disprezzato dalla madre (interpretata da Phyllis Somerville) ed ignorato da Hannah, la ragazza di cui è follemente innamorato (interpretata da un’incantevole bionda Mia Wasikowska). Simon non riesce a cambiare nessun aspetto della sua esistenza fino a quando l’arrivo di James Simon (interpretato sempre dallo stesso Eisenberg ricorrendo alla tecnica del rotoscope) non ne sconvolge gli equilibri. A differenza di Simon, James ha carisma, è ben accolto da tutti e ha successo con le donne. Lentamente James si impossessa della vita di Simon e Simon scivola in un incubo dal quale è incapace di risvegliarsi.

Dopo il lungometraggio d’esordio Submarine (2010), Richard Ayoade (noto ai più per l’interpretazione del disadattato geek Maurice Moss nella sitcom britannica IT Crowd), attinge per la sua opera seconda all’immaginario del capolavoro firmato da Orson Welles, e tratto dall’omonimo romanzo di Franz Kafka, Il Processo (1962) rispolverando il medesimo senso di oppressione che affliggeva il personaggio interpretato da Anthony Perkins, ingiustamente arrestato ed incarcerato suo malgrado.

Sulla carta sono inoltre plurime le assonanze, nei dettagli visivi e narrativi, con classici cinemtografici del genere distopico come Brazil di Terry Gilliam o Eraserhead di David Lynch, sebbene un’analisi più accurata dell’opera ci porterebbe più a citare le produzioni di cineasti del calibro di Wong Kar Wai, Krysztof Kieslowksi o Roy Andersson, per la presenza di certe venature romantiche, per quanto talora grottesche, e una forte stilizzazione autoriale.

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Un’opera steampunk che ci cala, grazie al design scenografico concepito e realizzato da David Crank, in una metropoli futuristica tinteggiata da uno stile retro post-industriale. Scenari claustrofobici ed anacronistici governati dalla forza motrice del vapore, in cui ad ambientazioni dickensiane fluiscono la freddezza e l’eclettismo del classicismo sovietico.

Le sole quanto effimere possibilità di ristoro dalle tenebre, complici dell’alienazione del protagonista, sono i fugaci squarci di luce artificiale (spesso utilizzati per accentuare i toni grotteschi della messa in scena) e i brevi cammeo di intramontabili brani ripescati dalla cultura orientale (da Kyu Sakamoto a The Blue Comets e Kim Jung-mi) che costellano la colonna sonora affiancati da brani originali composti per l’occasione da Andrew Hewitt e costruiti attorno al conturbante leitmotiv del brano Der Doppelgänger di Franz Schubert.

Alex Zambernardi

Alex Zambernardi

Nato a Magenta nel lontano 1991, nel 2015, conclusa una triennale nell'ambito della comunicazione, sopraffatto dalla passione cinefila intraprende la laurea magistrale in Cinema e Media presso l’Università degli Studi di Torino.