Il successo di Perfetti Sconosciuti

Non capita spesso che all’uscita dal cinema mi senta orgoglioso di essere italiano. Appartengo a quella categoria di “snobboni” voraci di film americani e fin troppo spocchiosi su quelli nostrani. In un’industria cinematografica dove il 70% dei film in sala sono importati, una pellicola come Perfetti Sconosciuti è finalmente in grado di regalarci un po’ di visibilità internazionale: i 16 milioni di euro di incassi (secondo miglior debutto dell’anno dopo Quo Vado?), le 9 candidature al David di Donatello, la selezione al prestigioso Tribeca Film Festival di New York e soprattutto l’adattabilità universale del tema, hanno dato il via alla corsa mondiale ai diritti per il remake. Francia, Germania, Svezia, Turchia, Qatar, Stati Uniti, Spagna, quello che volete.

 

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Perfetti Sconosciuti è una commedia, una di quelle ben riuscite, in quanto riesce a combinare la risata con il dramma, la leggerezza con la profondità. Il film si svolge nel salotto di Eva e Rocco, che hanno invitato a cena il gruppo storico di amici per vedere insieme l’eclissi. Ma il plot-twist arriva quando Eva propone un gioco: tutti i commensali dovranno mettere sul tavolo il proprio smartphone e rivelare ai presenti il contenuto di tutte le comunicazioni che riceveranno nel corso della serata. Dopo qualche indecisione, tutti accettano. La rapidità e l’incisività dei dialoghi ci immergono in un botta e risposta incalzante che ci tiene occhi e orecchie incollati allo schermo per 97 minuti, in un climax che scava nella superficialità dei rapporti personali fino a mettere a nudo le nostre identità “digitali”, perché in fondo, come disse Gabriel Garcia Marquez: “ognuno di noi ha tre vite, una vita privata, una vita pubblica e una vita segreta”, citazione astutamente utilizzata come sottotitolo del film.

 

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Non facciamo fatica a credere al regista Paolo Genovese quando dice: “Possibile che nessuno abbia fatto un film sulle relazioni governate dai telefonini? Su quello che affidiamo al mezzo: messaggi, foto, segreti?”. Eccolo, l’high concept, l’idea vincente. Un film che si svolge quasi interamente nella stessa stanza permette di risparmiare sulla location e sui tempi di produzione per concentrare l’investimento sui due fattori vincenti: un cast d’eccezione, che comprende quasi tutti i migliori interpreti del momento (Kasia Smutniak, Marco Giallini, Valerio Mastrandrea, Giuseppe Battiston, Edoardo Leo, Alba Rohrwacher e Anna Foglietta) e la sceneggiatura a cinque mani, (Filippo Bologna, Paolo Costella, Paolo Genovese, Paola Mammini, Rolando Ravello) la cui importanza è ancora più evidente in un film dove i dialoghi regnano sovrani. Ci siamo. Conversazioni naturali e situazioni realistiche recitate con talento e credibilità.

 

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Con qualche digressione su temi d’attualità, Perfetti Sconosciuti è essenzialmente un film che parla di persone, di relazioni e di moralità, ponendo delle domande senza offrire una risposta diretta ma costringendo invece gli spettatori a riflettere sulla questione, a discuterne con gli amici e, perché no, a consigliare la visione del film, dando così vita ad un passaparola che ha contribuito non poco ai grandi incassi che la pellicola ha generato. Per questi e molti altri motivi il film è diventato un vero e proprio “caso” nella speranza, per il futuro del cinema italiano, che non resti isolato.

 

 

Simone Buzzi Reschini

Simone Buzzi Reschini

Nato a Varese, si laurea in Lettere Moderne a Milano e ora vive a Bologna dove frequenta la magistrale di Cinema, Televisione e Produzione multimediale. Appassionato ad arte di cinema, navigatore incallito e divoratore di serie TV.