Scheletri in libreria: nessuna vergogna, nessuna pietà!

Anche nel monolocale più angusto ci sono mensole dell’Ikea storte che resistono ogni giorno al gravoso peso dei libri che conserviamo, accumuliamo e a volte che preferiremmo nascondere. Sì, nascondere, come i segreti più strani, come il brufolo sulla faccia quando devi rinnovare il passaporto.

Piacerebbe a tutti essere da sempre quei tipi leggeri e indifferenti del divenire che fluttuano per la facoltà di filosofia solo con una matita dietro l’orecchio e i “Fratelli Karamazov” sotto braccio, avremmo voluto dalla nascita saper discernere il bene dal male, la letteratura dagli Harmony, invece no, ma sono pronta a scommettere che prima di approdare a Dostoevskij ci siano delle tappe obbligate.

Non amiamo mostrare i nostri peccati intellettuali, di certo non sono vanti da sfoggiare ad un primo appuntamento, ma ammettere l’errore può rappresentare già un passo avanti, anche se ci cureremo bene dal non lasciarne alcuna traccia sul tavolino da caffè in salotto dove faremo scivolare casualmente una prima edizione dei “Cent’anni di solitudine” di Garcia Màrquez, con un vistoso segnalibro infilato quasi alla fine.

Ma la verità è che non dobbiamo vergognarci proprio di nulla, giù le maschere, siamo quello che siamo anche grazie a Federico Moccia.

«Mi vergogno come un verme per aver letto “Ho voglia di te”. Avevo appena finito “Tre metri sopra il cielo” e lo odiavo, ma allo stesso tempo dovevo sapere come andasse a finire! Non ho avuto il coraggio di andare in libreria, ho aspettato che qualcuno della famiglia lo comprasse per sé e appena potevo mi infilavo in bagno. L’ho finito in pochi giorni».

 

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Moccia ha lasciato il segno, forse non intenzionalmente, ma ci è riuscito, il colpo editoriale è stato sorprendente e chiunque, in qualsiasi città italiana, può piangere sul proprio latte versato.

Non fermiamoci però al povero Federico, la nostra giovinezza si è nutrita dell’amore di Step e Babi, poi siamo maturati e abbiamo riposto accuratamente i volumi celesti con il dorso verso l’interno, nelle file dietro del nostro scaffale.

Nel crepuscolo c’è chi con avidità si è abbandonato a Bella Swan e al fascino senza tempo di Edward Cullen e per fortuna dal 2008 al 2012 gli adattamenti cinematografici non ci hanno lasciato un minuto di tregua, cinque pellicole delle quali non abbiamo saputo fare a meno, non potevamo distogliere lo sguardo, dovevamo assolutamente sapere che aspetto avrebbe avuto quel figlio ibrido!

Naturalmente la pseudoletteratura che tende maggiormente a coinvolgere il pubblico femminile non manca di acciuffare nella sua cerchia anche un gran numero di maschi, che ovviamente non ammetterà mai di aver sfogliato “Adulterio” di Coelho, anche se sotto costrizione della fidanzata.

 

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Alcuni reperti però finiscono sulla libreria non solo in seguito alla follia che ci coglie quando siamo su Amazon, ma perché immancabilmente qualche parente decide di farci un regalo sentito, qualcosa che possa stuzzicare le nostre passioni. È il caso ad esempio di “Le mattine non servono a niente” di Antonio Cassano o ancora “Io, Ibra” autobiografia di Zlatan Ibrahimović, per il nipote iscritto a calcio, che per il senso di colpa non potrà non sfogliarlo almeno una volta.

 

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Ma l’apice della turpitudine si raggiunge quando si è terminato “La legge del cane” per gentile concessione di Jake La Furia, che in fondo, potrebbe anche rivelarsi uno strumento utile al giovane uomo contemporaneo che intenda aver ben chiara l’idea di letteratura e il panorama editoriale del XI secolo.

Vanessa Martinoli

Vanessa Martinoli

Con la passione per il colore dal 1994, tra Varese e Milano trova l'habitat ideale dove coltivare la scrittura e la passione per l'arte in ogni sua forma. Laureanda in Lettere moderne non smette di credere in un futuro professionale costellato di vernissage e carta stampata.