Referendum sulle trivelle: perché “no”? Un pensiero controcorrente

Domenica 17 aprile gli italiani sono chiamati a votare al referendum per abrogare la norma che concede di prorogare le concessioni per estrarre idrocarburi entro 12 miglia nautiche dalla costa italiana fino all’esaurimento del giacimento.

Fra i media e sul web si è scatenata una gara fra il sì (cioè non rinnovare le concessioni) e il no (tutto resta invariato).

Tra slogan e campagne più o meno gradevoli (un esempio, #trivellatuasorella), su internet e sui social la questione è stata dipinta in maniera tutto sommato semplice: le trivelle sono pericolose per l’ambiente e la fauna, il gioco non vale la candela, il rischio inquinamento è troppo alto, ci guadagnano solo i petrolieri. Ma siamo convinti sia così semplice? «Innanzitutto le trivelle sono i vitoni che si usano per piantare i paletti dell’orto» spiega Stefano Rossi, geologo che si occupa di progettazione ambientale «Tutti parlano di trivelle, ma è come parlare di macchine da formula 1 e chiamarle tricicli». Ci sono errori a partire dalla terminologia di base. «Questo referendum è in realtà quello che rimane di tutta una serie di altri quesiti referendari» dice Rossi.

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Il decreto legge Sblocca Italia era destinato, nelle intenzioni del Governo, a facilitare l’esecuzione di grandi opere attualmente ferme. In precedenza le regioni di competenza erano state delegate per le autorizzazioni di valutazione ambientali riguardanti i permessi di ricerca e produzione, ma i progetti sono rimasti bloccati per anni. L’idea del governo Renzi è stata quella di avocare allo Stato le competenze sulle questioni energetiche, proprio per avere un maggiore controllo sulle tempistiche e sulle risposte, sia positive che negative, sulle concessioni e per poter dare alle aziende e agli investitori delle risposte in tempi “civili”. Questo non è stato visto di buon occhio dalle regioni, dagli ambientalisti e soprattutto dal Movimento 5 Stelle che ha visto nelle nuove norme un tentativo di favorire l’industria petrolifera e le società del settore, regalando permessi e concessioni senza alcun controllo.

«Cosa non vera, in realtà, perché se si vanno a vedere le statistiche, il ministero dell’Ambiente ha bocciato molti più progetti rispetto alle regioni» prosegue Rossi «Il problema è che per bocciare un progetto occorrono, secondo la nostra normativa, delle motivazioni tecniche serie, che spesso non esistono, quindi le regioni si limitavano a non dare una risposta invece di dare una risposta negativa».

A questo punto tutti i vari movimenti hanno iniziato una raccolta firme per indire un referendum che chiedesse l’abrogazione di queste norme, ma nell’inverno del 2015 il tetto delle 500.000 firme non è stato raggiunto: il referendum allora è stato richiesto da alcuni governi regionali. Come in altri casi della recente storia italiana (ad esempio per la vicenda del nucleare), il panorama si è complicato dal punto di vista politico, tra sostenitori del sì e del no, variamente appoggiati dal governo, da componenti della maggioranza e dell’opposizione.

Questo è il quadro.

«Con l’ultimo decreto – prosegue Rossi – il governo è ritornato su tutta una serie di concessioni fatte per gli iter autorizzativi che erano in corso nel momento in cui è entrato in vigore il decreto Sblocca Italia e quindi è rimasta in piedi solo la norma che consente lo sfruttamento dei giacimenti già in produzione fino all’esaurimento dei giacimenti stessi. Quindi, se passa il sì, tutti i giacimenti che pian piano arriveranno allo scadere del loro ventennio di operatività non potranno essere rinnovati, dovranno chiudere, anche se ci sono ancora riserve di gas, magari non ingenti, ma comunque ancora abbastanza significative. Se invece dovesse passare il no oppure il referendum non dovesse raggiungere il quorum la situazione rimane invariata, cioè si può continuare a produrre fino all’esaurimento delle riserve».

 

UN IMPIANTO DI TRIVELLAZIONE IN aDRIATICO

 

«Il problema è che se davvero chiuderanno i campi in scadenza, che non sono numerosissimi, ma che come produzione sono comunque abbastanza incisivi, è previsto che la maggior parte delle piccole aziende del settore metalmeccanico sulla costa adriatica, che vive soprattutto del mantenimento di queste piattaforme, andrà a morire perché verrà a mancare il lavoro principale: non sono le grandi aziende, che hanno comunque un parco di clienti sparso dal mare del Nord fino al Golfo Persico, a essere danneggiate, quanto la piccola industria, con una tradizione importante lungo la costa adriatica. E questo chiaramente ha stimolato tutti i lavoratori del settore, tutti i sindacati, soprattutto nel ravennate, dove il capoluogo ha in questa industria il polo principale dell’economia. Non si parla di nuove perforazioni, si parla di strutture attive da decenni, si parla di situazioni che in realtà non portano alcun danno ambientale perché sono monitorate in modo molto stretto dall’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente, dall’Asl, dalle capitanerie di porto e dalla guardia costiera».

 

Immagine tratta dal sito dell'Ufficio Nazionale Minerario per gli Idrocarburi e le Georisorse (UNMIG)
Immagine tratta dal sito dell’Ufficio Nazionale Minerario per gli Idrocarburi e le Georisorse (UNMIG)

 

La domanda a questo punto è d’obbligo: bisogna andare a votare? E se si andrà a votare, per cosa sarà opportuno farlo? «Io mi rifiuto di votare a questo referendum perché credo sia errato nei presupposti, penso sia stato utilizzato come strumento di lotta politica a spese di un settore industriale che ha delle eccellenze in Italia e che non comporta dei problemi di tipo significativo» dice chiaramente Rossi.

 

Eppure tra i tanti punti a favore del Sì c’è il problema dell’inquinamento del mare e dell’ambiente: «Da anni tutte le piattaforme in acque europee non possono più avere scarichi in mare, nemmeno i gabinetti. Per quanto riguarda le contaminazioni da idrocarburi sono usciti di recente dei lavori scientifici croati che provano che l’origine delle contaminazioni è nel materiale che proviene dalle navi e dalle alluvioni, poiché ogni volta la classica alluvione trascina in acqua le automobili e ogni macchina ha 40 litri di carburante che finiscono poi in mare, così come il carburante proveniente dai distributori di benzina, ognuno con le sue cisterne da 30 mila litri. Anche se il grosso proviene dal lavaggio abusivo delle petroliere in acque internazionali».

 

E le royalties che favoriscono i petrolieri, permettendogli i lucrare ancora di più nel nostro mare?

«Bisogna fare attenzione a non fare paragoni con gli altri paesi, confondendo le royalties con la fiscalità. Le royalty sono una quota della produzione che si aggira sul 10%, con una franchigia che garantisce degli investimenti e delle spese operative, ma sono un extra rispetto alla fiscalizzazione. Il prodotto di un giacimento in Italia versa una quota attorno al 65%, di più elevato ci sono la Danimarca, la Norvegia e l’Inghilterra, dove la quota complessiva di fiscalizzazione arriva al 74%. Non hanno le royalties, è vero, ma hanno una fiscalità più elevata. La differenza è che là lo Stato risarcisce i fondi investiti nella ricerca, perché con la produzione generi una ricchezza che va a sostenere lo Stato e i cittadini».

 

Ma il gioco vale la candela? Vale la pena continuare a estrarre solo per pochi mesi di fabbisogno nazionale? «Se fosse anche solo per pochi mesi, sono risorse che portano comunque ricchezza a chi lavora e allo Stato. Inoltre 1 metro cubo di gas prodotto in Italia a “chilometro zero” si mette nel metanodotto ed è pronto. Se lo importo, devo farlo viaggiare per grandi distanze e quindi deve essere compresso e scaldato. Dalla Russia a qui ci sono 10 stazioni di compressione, in questa operazione quasi il 10% del metano viene bruciato. Al netto 10 metri cubi generati qui sono 10 metri cubi usati, 10 metri cubi acquistati altrove diventano 9 e 1 viene disperso come gas serra. Quindi per quanto poca e scarsa sia la risorsa locale consente di limitare l’emissione di gas serra in proporzione all’uso: si arriva a moltissimo CO2 risparmiato all’anno».

 

Certo è che sfruttando le energie rinnovabili tutti questi rischi sarebbero evitabili. Le energie alternative potrebbero coprire il fabbisogno attuale di energia, coperto al momento da gas e petrolio?

«No. Quando si parla di idrocarburi la gente pensa solo a 2 tipi di impiego: l’energia elettrica e l’autotrazione, cioè benzina per le automobili. Per l’energia elettrica non c’è problema, già adesso abbiamo un forte utilizzo di energia alternativa, che è incostante e crea problemi, ma c’è. Le automobili elettriche da ciclo urbano in teoria sono perfette, pulite e silenziose, ma già per una tratta da Milano a Roma sarebbero inutilizzabili. Bisogna inoltre valutare la disponibilità mondiale di litio per le auto elettriche, che non è così diffuso, e bisogna valutare l’impatto dell’industria mineraria per produrre questi metalli, che non è cosa banale. Restano fuori l’autotrazione pesante, le scavatrici, le navi, gli aeroplani, e questo solo nel campo della motilità. Dopodiché bisogna pensare all’industria e pensare che abbiamo trasformato in metano tutto quello che prima andava a carbone: a tutta l’industria manifatturiera e tutto il riscaldamento urbano, alle grandi città che sono metanizzate, all’industria chimica che sfrutta gli idrocarburi.

 

Immagine tratta dal sito dell'Ufficio Nazionale per gli Idrocarburi e le Georisorse (UNMIG)
Immagine tratta dal sito dell’Ufficio Nazionale Minerario per gli Idrocarburi e le Georisorse (UNMIG)

 

Banalmente, l’aspirina viene prodotta da una sintesi chimica basata sull’estrazione di idrocarburi; oppure tutti gli isolanti elettrici, nei computer, nei cellulari, nei monitor. Il pile, i tessuti tecnici sintetici, sono tutte fibre sintetiche tratte dagli idrocarburi. Ci vuole buonsenso: il problema del riscaldamento climatico negli ultimi anni si è senz’altro aggravato, quindi bisogna ridurre le emissioni di gas che concorrono a generare l’effetto serra, ma il problema non è certamente provocato dalle piattaforme italiane. All’estero si faranno una grassa risata e sapranno che potranno venderci metri cubi a costi altissimi».

Flavia Irene Gatti

Flavia Irene Gatti

Nata fra i laghi bergamaschi. Cresciuta a pane e Guccini, libri e film. Mi laureo in Lettere moderne e nel frattempo scopro le serie tv. Vorrei viaggiare per scrivere e scrivere per viaggiare.

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