Paul Rassinier: l’ex deportato negazionista

Uno dei drammi di oggi è senza dubbio il negazionismo, corrente che nega l’esistenza delle camere a gas e che il regime nazista abbia attuato un piano per lo sterminio degli ebrei.

Perché ci sono ancora persone che si accaniscono così tanto sulla questione delle camere a gas? Perché questo bisogno di negare l’evidenza? Perché molti neofascisti o i neonazisti credono sia il modo migliore di rivalutare o riabilitare l’operato delle due dittature: eliminando la colpa dello sterminio di massa, Hitler e Mussolini sarebbero solo gli sconfitti della guerra in un mondo dove la storia è scritta dai vincitori e mai dai vinti, quindi sarebbero i vincitori ad aver scritto la storia a loro vantaggio e inventato questa menzogna per infangare la memoria del fascimo e del nazismo.

Ovviamente oggi abbiamo tonnellate di prove dell’esistenza delle camere a gas e di cosa hanno progettato i nazisti, con la collaborazione dei fascisti.

Ma da dove vengono molte di queste menzogne sulla Shoah? Buona parte sono da imputare a un ex deportato, Paul Rassinier, che dopo la sua esperienza nei lager divenne – paradossalmente – un negazionista convinto.

Ma chi era costui? La sua storia ci aiuta a inquadrare meglio la sua figura.

 

Chi era Paul Rassinier

Dopo aver aderito al Partito comunista ed esserne stato escluso nel 1932, Rassinier era diventato segretario della federazione di Belfort della Sfio, cioè della Section française de l’International ouvrière, il Partito socialista fondato da Jaurès e Guesde nel 1905. Al momento dell’occupazione tedesca costituì con altri il movimento clandestino denominato Libération Nord. Fu arresato dalla Gestapo, torturato, poi deportato per motivi politici a Buchenwald e Dora. Subì quindi la prigionia in campi di concentramento, ma non di sterminio, operanti in Polonia.

C’è una differenza che non tutti sanno tra campi di sterminio e campi di prigionia, che la prof.ssa Valentina Pisanty spiega molto chiaramente nel suo libro L’irritante questione delle camere a gas. Logica del negazionismo

«Non tutti i lager nazisti erano votati alla causa della pulizia etnica per mezzo delle camere a gas, le quali si trovavano in un numero ristretto di campi, tutti situati in Polonia, che rappresentarono l’ultima meta di molti deportati per lo più ebrei, tzigani, omosessuali ed est-europei. La logica dello sterminio su base industriale – e quindi l’uso delle camere a gas – vigeva solo in questi centri della morte, mentre negli altri campi le esecuzioni erano più artigianali. Senza poi contare che non tutti i prigionieri subivano lo stesso trattamento: per esempio, i detenuti politici godevano di una posizione privilegiata rispetto a i membri delle minoranze etniche».

Rassinier quindi sopravvisse alla prigionia da deportato politico, anche se tornò a casa invalido. Nel 1946 fu eletto deputato socialista alla seconda Assemblea costituente, ma dopo essere stato battuto alle successive elezioni politiche divenne anarchico fino alla fine dei suoi giorni. Morì nel 1967.

I fondamenti di un negazionista

Sin dalle sue prime produzione scritte di sforzò di argomentare l’inconsistenza delle accuse rivolte ai tedeschi riguardo le loro responsabilità in guerra e nella gestione dei lager. Le proposizioni fondamentali del pensiero di Rassinier sono le seguenti: i sopravvissuti alla prigionia hanno esagerato nel racconto di ciò che è avvenuto durante la loro permanenza nei lager; le testimonianze relative alle atrocità sono inattendibili o gonfiate ad arte mentre il numero di ebrei morti è stato enormemente aumentato; la responsabilità della maggior parte delle violenze avvenute nei campi è da attribuire agli stessi prigionieri; in generale, la letteratura sulla deportazione non solo enfatizza ciò che fa oggetto di racconto, ma è intrinsecamente contraddittoria.

Per Rassinier dietro l’uccisione degli ebrei non c’era una precisa scelta politica della classe dirigente nazista, anzi l’atteggiamento tedesco sarebbe da considerarsi una reazione ai comportamenti che erano attribuiti agli ebrei, considerati come un gruppo nazionale, ma soprattutto politico, completamente omogeneo ed a se stante, pericoloso perché economicamente influente e infedele e sleale da sempre nei confronti della Germania. Rassinier arriverà persino ad asserire che la causa della guerra è da imputare all’aggressività ebraica.Leggendo questi scritti si vede chiaramente che si tratta di un progressivo delirio.

Giustificazionismo nei confronti dei tedeschi e l’attenuazione della responsabilità nei crimini di guerra sono due costanti.

La negazione si manifesta in Rassinier per gradi: nel primo libro è spinto soprattutto da un forte sentimento anticomunista, che lo porta a sottolineare l’interesse politico dei sovietici nell’esagerare le colpe dei nazisti, in modo da distogliere l’attenzione internazionale dai crimini dei comunisti, e così facendo inizia un percorso di ridimensionamento dello sterminio ebraico.

Nel 1950 sosteneva ancora che le camere a gas esistessero, ma non quante si credeva, definendo la questione come «Irritante». Dopo aver provato a dimostrare che il numero di ebrei morti durante la guerra non supera il milione, con calcoli pseudodemografici, ad un certo punto l’ex deportato di Buchenwald inizia ad essere ossessionato dall’idea di un complotto giudaico del genocidio.

Infine nel 1967, nel suo libro Les responsables de la seconde guerre mondiale, si scaglia contro gli ebrei in quanto responsabili dello scoppio del conflitto.

Un tratto distintivo del metodo di Rassinier è il mettere in discussione la credibilità dei testimoni della deportazione, attribuendo loro la tendenza a ingigantire gli aspetti più deteriori: lo scetticismo diventava quasi sempre rifiuto, rispetto ai resoconti degli altri deportati che non collimavano con la sua esperienza a Buchenwald.

Purtroppo la stragrande maggioranza dei deportati non hanno avuto la sua stessa esperienza, né hanno sviluppato un attaccamento per i propri carcerieri al limite della sindrome di Stoccolma. Sei milioni di ebrei, morti nei lager, sono la testimonianza di quanto fosse traviata la visione di quest’uomo.

 

Nella mente di un negazionista

Se Bardèche è stato il primo a formulare tesi negazioniste, Rassinier è stato l’ideatore del metodo negazionista, basato su una cieca contrapposizione tra i fatti e la propria versione: Rassinier portò avanti una revisione globale del giudizio su quei tragici trascorsi. Una tale rielaborazione veniva presentata come un tentativo legittimo di rilettura della storia, poiché fatta da un ex deportato, ma questa nuova versione era lontana da qualsiasi confronto con la storiografia che andava sviluppandosi e dal bisogno di obiettività, che invece ogni storico vero dovrebbe avere.

Rassinier spingeva la sua attività oltre il campo dell’interpretazione e l’atto di fede diveniva fondamentale per il lettore dei suoi libri: doveva credere che quanto gli veniva presentato fosse una verità così sconcertante da risultare scomoda, quindi per questo motivo essere stata omessa dal discorso pubblico. Senza quest’atto di cieca feda non resta nulla dei suoi ragionamenti, solo un cumulo di deboli menzogne slegate dalla logica. È l’atto di fede spesso era fatto da chi era uscito sconfitto dalla guerra, o non voleva ammettere le proprie colpe, o da chi avrebbe tratto vantaggio da una riscrittura della storia.

Nei suoi libri, in particolar modo negli ultimi, ogni affermazione degli storici (visti come un gruppo atto a diffondere la ‘falsità’ dello sterminio) viene puntualmente contestata e sottoposta a durissimi attacchi.

Il modus operandi a questo punto è ancor più chiaro: cercare aprire continue falle nel discorso altrui, innescare molteplici dubbi sulla base delle proprie asserzioni e obbligare gli attaccati a comprovare la fondatezza dei propri riscontri. L’attacco al particolare per Rassinier serve per decostruire il quadro generale, togliere una carta per far cadere il castello, per far franare la credibilità dei ricercatori e la fondatezza dell’evento stesso: lo sterminio degli ebrei.

Eliminando lo sterminio degli ebrei, si arriva allo scopo vero dei negazionisti: riabilitare il nazifascimo cancellando la sua colpa più grande.

Purtroppo le fallacie principali del ragionamento di Rassinier, quelle più evidenti, sono ancora lì, a testimoniare quanto fragili fossero le sue argomentazioni. Ma quali sono questi errori di logica? Quelli che saltano subito all’occhio sono due, ovvero “composition/division”, traducibile con composizione/divisione, e “anecdotal”, cioè di aneddotica: nel primo caso ritiene che ciò che è valido per una parte sia valido per il tutto (composizione), cioè che tutti i campi di concentramento fossero uguali e svolgessero le stesse attività, fatto smentito dalla varietà dei campi e dai diversi usi che se ne facevano; nel secondo caso cita aneddoti o episodi isolati della propria esperienza personale per confutare la tesi “sterminazionista”, soprattutto cercando attaccare le statistiche.

Lui però non era stato umiliato, spogliato della sua umanità, ma ciò non vuol dire che altri milioni di prigionieri avessero condiviso la stessa sorte. Ancora oggi le parole non bastano a descrivere quale orrore sia stata la Shoah, e francamente è ridicolo dar credito a teorie complottiste sul negazionismo, teorie che si basano sugli studi di un ex deportato politico che non è stato in campo di sterminio, ma che ha maturato una sorta di difesa amorevole dei propri aguzzini.

Se avesse subito la stessa sorte di milioni di ebrei, zingare e omosessuali, forse non avrebbe continuato a vedere di buon occhio il nazismo, né avrebbe alimentato la nostalgia per un regime ha calpestato la dignità umana attraverso i suoi libri.

Se qualcuno oggi vi contesterà l’esistenza della Shoah, allora iniziate a contestare qualcosa anche voi: le sue pessime letture.

Alessio Scalzo

Alessio Scalzo

Cresciuto ad Agrigento, milanese dal 2009. Laureato in Lettere Moderne, esperto di editoria, dal 2016 abbraccia The Query come redattore e content editor.