La ragazza del treno è una noia mortale

È stato il best-seller per eccellenza del 2015, vendendo oltre 3 milioni di copie nei soli Stati Uniti. Un successo tale, quello de La ragazza del treno, di Paula Hawkins,  che ha condotto in pochissimo tempo a una trasposizione cinematografica: il film omonimo è arrivato nelle nostre sale il 3 novembre 2016.

8n95_tp_00009r_0

La storia ha inizio con Rachel, interpretata da Emily Blunt, una donna di 32 anni con seri problemi di alcolismo che tutti i giorni prende lo stesso treno e dal finestrino osserva le vite degli altri. Con particolare coinvolgimento e morbosità osserva la vita di Megan e Scott Hipwell (Haley Bennett e Luke Evans), una coppia apparentemente perfetta che abita vicino alla vecchia casa che Rachel condivideva con il marito, Tom (Justin Theroux), ora risposato con l’amante e padre di una figlia, che la ex moglie tanto avrebbe desiderato poter concepire. Un giorno Rachel vede Megan in compagnia di un altro uomo e, sconvolta dall’infrangersi della sua utopia sulla coppia perfetta, alza troppo il gomito; la mattina dopo si risveglia con una ferita alla testa e incapace di ricordare quanto accaduto la sera prima. Poco dopo scopre che Megan quella sera è scomparsa e comincia a nutrire il dubbio di essere coinvolta nella sparizione. Per Rachel inizia così un viaggio alla scoperta di Megan di recupero dei suoi ricordi confusi, teso alla ricerca della verità.

maxresdefault

Il film sposta l’azione da Londra a New York, ma per il resto è piuttosto fedele al romanzo. Gli attori fanno la loro parte, soprattutto Haley Bennett ed Emily Blunt. La regia, di Tate Taylor, non è eccelsa, ma è sufficiente. Il vero grande difetto di questo film è che, incredibilmente per un thriller, è soporifero. Il libro non è certo da premio Nobel per la letteratura, ma rimane una lettura scorrevole e coinvolgente, ed è proprio in questo che la pellicola fallisce, e fallisce laddove il romanzo trionfava. Perché?

In primo luogo per la struttura narrativa non lineare del libro, adottata anche dal film, che salta continuamente da un punto di vista all’altro, con conseguenti inversioni nell’ordine cronologico.  Se nel libro, grazie alla possibilità di tornare indietro alle pagine già lette, riusciamo a seguire questi passaggi, nel film il continuo andirivieni genera confusione e risulta dispersivo per lo spettatore.

Nel romanzo, poi, accadono ben pochi fatti nel lasso di tempo che intercorre tra l’apertura e la risoluzione del caso Megan Hipwell. Il libro si concentra maggiormente sui problemi che tormentano le protagoniste, sui loro pensieri e sulle loro angosce. Ѐ insomma un libro molto introspettivo e statico, che rende bene su carta ma è molto difficile da rendere su pellicola; e questa è un po’ la difficoltà comune che bisogna fronteggiare quando si adattano romanzi di questo tipo.

Emerge un prodotto che non è né carne né pesce, a metà strada tra il thriller/giallo deduttivo e il dramma psicologico, che non coglie però gli aspetti interessanti di nessuno dei due generi: annoia, come un thriller non dovrebbe mai fare, e presenta personaggi che più che approfonditi sono stereotipati.

Insomma, con un successo del genere era inevitabile una trasposizione cinematografica. Ma forse sarebbe stato meglio realizzarla con più cura, se non evitarla del tutto.

Beatrice Cois

Beatrice Cois

Nata a Cagliari, si trasferisce a Milano per seguire il suo amore per il cinema, la televisione e la scrittura. Qui si laurea in Comunicazione, Media e Pubblicità e si iscrive alla magistrale in Editoria, Comunicazione e Moda. In cerca della sua strada.