James Bobin fallisce, Alice attraverso lo specchio è una vera delusione

articolo di Beatrice Cois e Jessica Pompili

Sequel di Alice in Wonderland di Tim Burton, Alice attraverso lo specchio di James Bobin ha debuttato il 25 maggio nelle sale cinematografiche italiane, interpretato da Mia Wasikowska, Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Anne Hathaway e Sacha Baron Cohen. Ma se il film del regista dei Muppets si difende bene al botteghino, sono davvero poche le testate giornalistiche che non gli abbiano riservato sonore legnate. Vediamo di capire perché. Cosa non funziona nel sequel di Alice?

 

Beatrice Cois

Beatrice Cois 

La regia: voto 4

Tra i punti deboli di questo sequel c’è la regia, affidata a James Bobin e non più a Tim Burton, che qui compare solo in veste di produttore.  Sembra che Bobin si sforzi in tutti i modi di emulare lo stile di Burton, ma con scarsi risultati. A risentirne è il ritmo della storia, che risulta strano, a tratti scorre veloce, salvo poi diventare lento e noioso. La regia deludente si somma a una sceneggiatura e a dei dialoghi abbastanza banali. Piuttosto che affannarsi a cercare di riprodurre la regia di qualcun altro, James Bobin avrebbe potuto provare a trovare uno stile proprio. Potrebbe darsi però che la presenza del vecchio regista e produttore fosse invasiva ed ingombrante. D’altronde lo stile di Tim Burton è unico e inimitabile. A Burton ci si può ispirare, non lo si può copiare.

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Johnny Depp e Sacha Baron Cohen: voto 3 e 8.5

In un territorio grigio si trovano i personaggi, alcuni ben scritti e ben riusciti, altri decisamente meno. Per fare due esempi prendiamo il Tempo e il Cappellaio Matto. Il Tempo, interpretato da Sacha Baron Cohen, è forse il personaggio migliore di Alice attraverso lo specchio. A parte qualche estro linguistico evitabile, è un personaggio decisamente interessante. Al tempo stesso cristallino e misterioso, umano e divino, custode del grande orologio del tempo, in pratica è estensione di se stesso. Dalla sua sorte dipende quella dell’intero Sottomondo. Ha la giusta dose di ironia. Non è né buono, né cattivo, semplicemente è. In questo caso la performance di Baron Cohen (che può piacere o meno) è inifluente, il personaggio si regge da solo, e potrebbe reggere anche l’intero film. Il Cappellaio Matto, divertente spalla di Alice in Wonderland, è invece nel sequel piuttosto banale. Elevato quasi a coprotagonista, è un personaggio sempre sopra le righe, anche per il Paese delle Meraviglie, tanto da sembrare forzatamente alternativo. Il suo personaggio non subisce un’evoluzione. E la storia della famiglia è trita e ritrita: lui che se ne allontana perché si sente incompreso e castrato dal padre, salvo poi avere i rimorsi quando la famiglia non c’è più, fino a uno stucchevole ritrovamento (persino per la Disney), con tutte le precedenti incomprensioni che magicamente svaniscono. Accostata invece al rapporto molto più realistico tra Mirana e Irazabeth, questa parte di storia stona un po’. Johnny Depp, poi, ormai è quasi sempre una macchietta, anche piuttosto irritante.

Le due regine: voto 7

Una delle poche cose azzeccate del film è il rapporto che lega le due Regine e sorelle, Mirana ed Irazabeth.  Durante i viaggi nel tempo di Alice, che è alla ricerca dei genitori del Cappellaio Matto, scopriamo anche qualcosa sul passato della Regina Bianca e della Regina Rossa. Scopriamo che, pur essendo la sorella minore, Mirana (Anne Hataway) viene nominata dal padre Regina di Saggezilandia al posto di Irazabeth (Helena Bonham Carter), troppo irascibile e rancorosa e per questo inadatta a governare. Irazabeth, di conseguenza, riversa la sua rabbia Mirana, ritenendola responsabile di qualcosa accadutole anni prima. Veniamo a conoscenza di una piccola colpa mai confessata da Mirana e fatta ricadere su Irazabeth, che da allora si è ingigantita, minando il rapporto tra le due sorelle, perseguitando Mirana e facendo credere a Irazabeth di non essere amata da nessuno. Visto che il film tradisce comunque il romanzo, prendendone quasi soltanto il titolo, si sarebbe potuto approfondire questo aspetto della storia, magari a scapito della banale storia da figliol prodigo del Cappellaio. È interessante, infatti, che la cattiveria della Regina Rossa non sia interamene giustificata dalle cose terribili che le sono successe: gli eventi l’hanno sicuramente influenzata e peggiorata, ma possiamo vedere che il suo caratteraccio esisteva già dall’infanzia. Altrettanto interessante è scoprire che la Regina Bianca, contraltare di Irazabeth e buona per definizione, ha le sue colpe, che la rendono umana. Si potrebbe dire che Mirana ed Irazabeth rappresentino lo Yin e lo Yang, indissolubilmente legate ed entrambe necessarie, e la loro scena finale sembra confermarlo. Sarebbe stato bello saperne di più.

 

Jessica Pompili

Jessica Pompili

La cornice della storia: voto 2

Nei pensieri di Carroll Alice nel paese delle meraviglie era principalmente un racconto di formazione. Attraverso le strampalate avventure vissute, infatti, la piccola raggiungeva una maggiore consapevolezza di sé imparando a muoversi nel mondo e a distinguere il bene dal male. Questa cornice faceva da sfondo anche al film di Burton del 2010. Qui, tornando nel Paese delle Meraviglie dove era già stata da bambina, Alice imparava la necessità di crescere e trovare il coraggio di combattere per le proprie idee. Quel coraggio le avrebbe permesso non solo di sconfiggere la Regina Rossa, ma anche di rifiutare un matrimonio impostole a forza e di riprendere in mano la sua vita. In modo assolutamente inadeguato la stessa identica cornice è riproposta anche in Attraverso lo specchio. Anche in questo film, infatti, Alice si trova a vivere il difficile passaggio all’età adulta (ma quanto dura la sua adolescenza??), ancora una volta la società le impone di trovare il suo posto nel mondo, e ancora una volta la ragazza si ribella. Insomma, tutto da rifare, siamo nella stessa situazione del primo film, solo che nella storia sono passati tre anni e ora Alice è capitano di vascello. Lo stesso ragazzo rifiutato nel primo film è ora l’avido approfittatore che, viste le pessime condizioni economiche di Alice e di sua madre, minaccia di ridurle sul lastrico se la giovane non gli vende la nave e non accetta il lavoro da impiegata nella sua società. Alice rifiuta in nome dell’emancipazione femminile, firmando il solito messaggio trito e ritrito: anche se siete donne, potete scegliere il vostro futuro (insomma, non siete negli anni ’50, non fatevi fregare!). Una morale così banale e così lontana dal mondo di oggi che non necessita neanche di commenti.

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La storia: voto 5

Passando attraverso uno specchio Alice torna nel Paese delle Meraviglie dove scopre che il Cappellaio si trova in grave difficoltà. Caduto in depressione al ricordo della sua famiglia uccisa dalla Regina Rossa, ora rischia di morire se Alice non riuscirà a riportare da lui i suoi cari. La ragazza decide così di rubare la cronosfera al Tempo e tornare nel passato per cambiarne gli eventi. Seguiranno tutta quella serie di inconvenienti che i telefilm di fantascienza ci propinano fino alla nausea (il destino non può essere alterato, gli eventi anche se modificati si avverano in un altro modo, se l’io del presente vede l’io del passato va tutto a ramengo ecc…). Il risultato è una sceneggiatura strappata a Doctor Who che consegna l’immagine di un cinema stanco, stanchissimo, senza più alcuna carta da giocarsi (ci si era buttati nella spirale del riutilizzo dei classici perché mancavano idee nuove, ora anche questo filone si è esaurito e si vaga nel nulla più assoluto). Unica nota positiva della trama è che mettendo in campo il passato dei personaggi, del Cappellaio come delle due regine, il film riesce a non farsi odiare del tutto, alimentando la curiosità dello spettatore e risultando a tratti persino scorrevole.

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Scenografia/costumi/effetti speciali: voto 10

Se Alice in Wonderland di Burton aveva stupito, portandosi a casa due Oscar come miglior scenografia e costumi e una nomination per gli effetti speciali, Attraverso lo specchio non si dimostra certo da meno. L’atmosfera fantasy ricostruita nel lungometraggio di Bobin è decisamente suggestionante e incanta nel suo saper oscillare tra atmosfere dark e trionfali manifestazioni di luci e colori. Da apprezzare soprattutto il lavoro di computer grafica che ha reso i personaggi qualcosa di diverso rispetto al film del 2011, creando al contempo nuove creature da aggiungere all’immaginario surreale del Paese delle Meraviglie. L’imponenza degli effetti speciali, specie nelle scene d’azione, è una delle poche cose che resta a fine proiezione.