Il meritato Oscar de Il caso Spotlight

Premiato dall’Academy come il miglior film dell’anno cinematografico appena trascorso, Il caso Spotlight si basa su fatti realmente accaduti e racconta i primi sei mesi dell’inchiesta del team Spotlight del Boston Globe che rese noto lo scandalo degli abusi sessuali su minori perpetrati da oltre 70 sacerdoti dell’arcidiocesi di Boston e insabbiati dalle alte gerarchie ecclesiastiche.

Chi scrive era una fervente sostenitrice dell’Oscar a The Revenant come miglior film (che, intendiamoci, è un ottimo film). Poi ha visto Il caso Spotlight, è rimasta folgorata sulla via di Damasco e non ha potuto non constatare che quella statuetta vinta (oltre a quella per la miglior sceneggiatura originale) era assolutamente meritata. Perché ci sono alcuni elementi che hanno reso grande questa pellicola e le hanno permesso di arrivare all’Oscar:

Lo stile

Il caso Spotlight è un film che racconta un’inchiesta giornalistica. E come un’inchiesta giornalistica. Non c’è spazio per altro se non per il lavoro che i giornalisti del team Spotlight stanno svolgendo: seguiamo passo per passo le loro ricerche per l’inchiesta che stanno preparando, le informazioni vengono svelate un po’ per volta e quello che sappiamo è quello che il team sa, niente di più e niente di meno (ovviamente se siamo stati bene attenti agli sviluppi). Le inquadrature e i movimenti di macchina, in maniera discreta e non invadente, sottolineano questa vocazione quasi documentaristica del film. Il film non è facile da seguire, ma ben rappresenta lo sforzo di ricercare la verità compiuto dai redattori di Spotlight.

 

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Il racconto di un giornalismo giusto e autentico

Come abbiamo detto il film racconta senza tanti fronzoli le indagini e il lavoro del team Spotlight per l’inchiesta sugli abusi sessuali ai danni di minori operati da ministri della Chiesa Cattolica. Quello che vediamo all’opera è il lavoro giornalistico e il giornalismo investigativo così come dovrebbe essere svolto, così come i manuali lo descrivono. Il giornalisti del team sono capaci, sanno a chi rivolgersi e sanno fare le domande giuste, mettono tutto il loro impegno e devozione nella causa (talvolta trascurando anche la vita privata, di cui infatti abbiamo solo fugaci scorci), sono tenaci e non si arrendono di fronte alle difficoltà, alle porte in faccia o alle minacce. La cosa migliore è che non è così solo nel film, ma lo è stato anche nella realtà: nel 2003 le indagini della squadra Spotlight valsero al Boston Globe il Premio Pulitzer di pubblico servizio. In un’epoca in cui il giornalismo è sempre più messo in discussione, il lavoro svolto dai giornalisti del Globe e in questo film raccontato è un faro per chiunque svolga questo mestiere.

Il cast

A sostenere un film piuttosto statico, non sempre facile da seguire e potenzialmente noioso c’è un cast di attori che funziona alla perfezione. Michael Keaton è Walter “Robby” Robinson, il caporedattore del team composto da Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams), Michael Rezendes (Mark Ruffalo) e Matt Carroll (Brian d’Arcy James). In loro leggiamo la fame di una verità che sia al servizio dei lettori e la volontà di aiutare le vittime degli abusi con il loro racconto e, tramite esso, risarcirle in qualche modo. E leggiamo anche il peso, i tormenti e la sofferenza che questa difficile verità conmporta. La paura per i figli che colpisce Matt, i dubbi che perseguitano Sacha, la rabbia di Michael, la determinazione, ma anche il senso di colpa, di “Robby”: sono tutti sentimenti che si decifrano facilmente nei volti della redazione di Spotlight. Degne di nota sono anche le performance agli antipodi di Liev Schreiber (il nuovo direttore del Boston Globe, l’ebreo Marty Baron) e di Stanley Tucci (Mitchell Garabedian, l’avvocato armeno che rappresenta le vittime). Se Baron è deciso, ma sempre pacato e minimale nei modi e nei toni, Garabedian è rapido, irascibile, ma, alla lunga, anche disponibile. Questo ensemble di attori offre ottime performance individuali, ma è ancor più memorabile nella sua coralità. Non a caso Il caso Spotlight ha vinto il premio per il miglior cast ai SAG Awards del 2016 come miglior cast.

 

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L’impatto emotivo

Per un film che racconta non una storia giornalistica, ma il lavoro che sta dietro ad essa, il rischio monotonia era alto e sempre dietro l’angolo. Il caso Spotlight l’ha senza dubbio evitato: arrivare ai titoli di coda e uscire dal cinema senza essere frastornati e senza avere e un macigno sullo stomaco è un’impresa ardua. Non ci sono scene crude o forti che possono disturbare lo spettatore e indurlo a distogliere lo sguardo. Ci sono solo i racconti delle vittime e le scoperte che la redazione fa. Non possiamo non ascoltare quelle parole e non possiamo non provare un’enorme empatia nei confronti di chi ha subito quelle violenze. Il cast fa la sua grande parte. Le emozioni e i pensieri che leggiamo nei loro occhi, nelle loro espressioni, mentre intervistano le vittime e mentre lottano faticosamente per far emergere quella terribile verità, valgono più di mille parole. Perché sono quelle emozioni e quei pensieri che tormentano anche noi spettatori. Il silenzio attonito che accompagna i titoli di coda è il silenzio di un film che si deposita nel pubblico e che lascia il segno.

Il caso Spotlight è un film con tanti pregi, ben realizzato e di sostanza. Un fim da Oscar, da vedere assolutamente.

Beatrice Cois

Beatrice Cois

Nata a Cagliari, si trasferisce a Milano per seguire il suo amore per il cinema, la televisione e la scrittura. Qui si laurea in Comunicazione, Media e Pubblicità e si iscrive alla magistrale in Editoria, Comunicazione e Moda. In cerca della sua strada.