Green Room – Recensione

Grande promessa del cinema indipendente d’oltreoceano, il regista e sceneggiatore Jeremy Saulnier torna alla ribalta con il suo terzo lungometraggio, un midnight movie da cardiopalma presentato in anteprima nella Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes 2015 e passato in rassegna al Toronto International Film Festival.

La disadattata band Punk-Rock The Ain’t Rights si appresta ormai a concludere un lungo ed infruttuoso tour nel Pacific Northwest, quando riceve inaspettatamente un’offerta in un fatiscente e decadente club fuori Portland, nella profondità delle foreste dell’Oregon. Quella che inizialmente sembra essere un’esibizione come le altre, per un pubblico composto perlopiù da militanti di estrema destra, si trasforma in qualcosa di ben più sinistro quando il gruppo diventa testimone involontario di un omicidio consumato nella green room del locale. Intrappolati, dovranno far fronte a Darcy Banker (interpretato da Patrick Stewart, perfettamente calato nella parte), il depravato proprietario del club, e al suo drappello di fedeli soldati.

GreenRoom1

Dopo il revenge movie Blue Ruin (2013), Jeremy Saulnier riporta sul grande schermo personaggi ordinari e puri destinati, come di consueto d’altronde nel genere, ad essere corrotti dal germe della violenza o a soccomberne quali vittime sacrificali della mise-en-scène.

Manca sicuramente la solennità, nutrita dai silenzi, del lungometraggio precedente, ma il racconto, talvolta forse poco convincente, è sostenuto da una tensione in crescendo, anche merito di uno scenario claustrofobico, interrotta da improvvisi quanto fugaci atti di violenza. Tolta di mezzo ogni possibile forma di retorica nell’opposizione tra urban punk e neo-nazi, persiste quell’estetica cinematografica tipica del regista americano segnata da una stilizzazione della violenza, un forte peso affidato agli effetti sonori (in primis alla colonna sonora hardcore), la vulnerabilità quanto il primitivo istinto di sopravvivenza dei personaggi nonché una nota di black humour che temporeggia nelle retrovie per fare capolino nei momenti più inaspettati e che Saulnier già vantava all’epoca del suo primo lungometraggio, Murder Party, non per nulla sottotitolato The Breakfast Club with chainsaws (Breakfast Club con motoseghe).

GreenRoom2

In sospeso tra I ragazzi del Fiume (River’s Edge di Tim Hunter) e Distretto 13 – Le Brigate della morte (Assault on Precinct 13 di John Carpenter) il film è permeato da continue citazioni a film anni 80′ come Mad Max 2: The Road Warrior e RoboCop mostrando più in generale un debito verso i lavori di registi come Wes Craven, Lucio Fulci, Martin Scorsese e John Carpenter. Il risultato è un’opera non tanto referenziale verso quell’epoca, quanto una nostalgica e sentita ricostruzione che tenta di riprenderne lo Zeitgeist, il sentimento e lo spirito di una decade cinematografica.

Ad avvalorare l’opera, oltre alla magistrale e già citata interpretazione di Patrick Stewart, l’incantevole Imogen Poots (28 settimane dopo, Need for Speed, Knight of Cups) nei panni della memorabile bionda Amber ed Anton Yelchin (Alpha Dog, Terminator Salvation e il prossimo Star Trek Beyond) nel ruolo dell’improbabile leader del gruppo Pat, qui nell’ultimo lungometraggio rilasciato prima della sua prematura scomparsa, avvenuta lo scorso 19 giugno.

Alex Zambernardi

Alex Zambernardi

Nato a Magenta nel lontano 1991, nel 2015, conclusa una triennale nell'ambito della comunicazione, sopraffatto dalla passione cinefila intraprende la laurea magistrale in Cinema e Media presso l’Università degli Studi di Torino.