“Cazzeggio magistralis” con Massimo Gramellini – Festival della Comunicazione

«Gli organizzatori del festival mi avevano proposto di fare una lectio magistralis su velocità e lentezza della parola scritta, ma per fortuna hanno accettato che facessi con voi un cazzeggio magistralis»

Gramellini ci ha raccontato la storia della sua vita letteraria, cominciata in giovanissima età. A 14 anni scrive la sua prima lettera d’amore alla ragazza di cui si era infatuato. Beh, non proprio una lettera, più un diario di 20 pagine, a cui ha ricevuto una brevissima risposta pragmatica: “parliamone”. «Ho subito capito che se le parole contemplative non vengono accompagnate da azioni, è raro che ottengano l’effetto desiderato».

Ma la scrittura, successivamente, gli porta anche delle gioie: comincia a lavorare come giornalista sportivo e inviato sul campo per La Stampa durante i mondiali del 1990. Ma anche qui incontra dei problemi: la nazionale italiana era perennemente in silenzio stampa. L’incubo di ogni giornalista, insomma.

Finalmente passa a parlare di politica: comincia a essere inseguito dai parlamentari per scrivere un pezzo su di loro, arrivando in ufficio con un taccuino colmo di informazioni e notizie da riportare.

«Mi divertivo a essere polemico nei confronti dei potenti, senza essere davvero consapevole dell’effetto che le mie parole avevano sulle persone».

Da qui la svolta. Con la rubrica “Cuori allo specchio” comincia a capire la potenza della parola scritta. Decide di esporsi, di scrivere anche di se stesso, ed è uno dei momenti più importanti della sua carriera. Guadagna il rapporto con i suoi lettori, che cominciano a condividere con lui le loro esperienze di vita, diventando “lo sconosciuto di cui ci si fidava”.

«C’è l’idea che per essere profondi è necessario essere pesanti, ma non è vero. Si può benissimo essere leggeri, si può prendere la vita sul serio, senza prendersi sul serio».

Comincia quindi la sua attività di romanziere. Inizia a sentire l’urgenza di scrivere, di dire agli altri di reagire, di non lasciarsi mangiare da sterile rabbia, di agire e andare avanti per evolvere e attrarre il nuovo. Per essere credibile, però, capisce che è necessario far conoscere la sua esperienza di cambiamento: in “Fai bei sogni” racconta la tragica esperienza della malattia e della morte della madre, ma anche della sua necessità di superarla nonostante il dolore e la rabbia. La critica non lo considera minimamente, ma ha grande riscontro tra il pubblico, e ciò lo avvicina ancora di più alle persone.

Negli ultimi anni decide di intraprendere la strada dei social. Sempre, però, con grande rispetto della scrittura, rifiutandosi di renderla una mera traduzione del linguaggio parlato.

«Il mondo social ha un doppio effetto: quello di ridimensionare l’ego e quello di spargere rabbia». Sì, perché internet viene usato come valvola di sfogo. «Se le persone si comportassero per strada come si comportano sul web, regnerebbero guerra e terrore». La gente, su internet, ama creare disordine e conflitto. E questo, ammette, è anche colpa dei media, che danno troppa enfasi al web, di cui bisogna ridimensionare l’importanza.

Internet ha ridefinito il livello di conflittualità sociale, perché viene usato come mezzo per scaricare le proprie frustrazioni. Ma il conflitto è fondamentale per il cambiamento e per la crescita della società: «Se si spegnesse il web per un mese – chiosa – ci sarebbe la rivoluzione».

Deborah Gianinetti

Deborah Gianinetti

Nata e cresciuta in un paesino sul lago d’Orta. Laureata in lettere moderne a Milano, si trasferisce a Verona, dove studia giornalismo e editoria. Appassionata di letteratura, serie tv, sport e politica. Amante dei posti freddi, ha però lasciato un pezzo di cuore in Brasile. Sogna di viaggiare per scrivere.