Caserme dismesse: una reale opportunità?

Il territorio italiano è costellato lungo tutta la penisola di migliaia di caserme militari ormai cadute in disuso. Quest’ultime risalgono ai tempi delle due Guerre Mondiali e della Guerra Fredda, e sono ormai prive di qualsiasi funzione all’interno della logica militare italiana: intere caserme, dormitori, poligoni di tiro, postazioni di avvistamento, polveriere, sono strutture abbandonate a loro stesse e giacciono in disuso.

Molte sono state le iniziative, statali e comunali, ma anche di associazioni di volontari, che hanno permesso un recupero e una riqualificazione di queste strutture, in tutto e per tutto. La volontà è quella di garantire con questi processi la promozione di attività utili sia socialmente che a livello privato.

Infatti, al posto di queste caserme, solitamente sorgono residenze private, attività di social housing, dedicate soprattutto a risolvere questioni di emergenza abitativa, e attività direzionali; ma anche attività commerciali, come per esempio negozi di commercio equo solidale o ristoranti, e aree verdi che si inseriscono in contesti urbani che molto spesso le distruggono.

Il problema della riqualificazione di queste aree è però più complicato di quanto si possa pensare.

Innanzitutto, il loro collocamento rispetto ai centri abitati risulta fondamentale. Molte delle caserme si trovano lontane dai paesi e dai centri abitati, ed è quindi difficile pensare ad un loro riutilizzo: non avrebbe alcun senso, ad esempio per i commercianti, aprire delle attività in zone difficilmente frequentate da una possibile clientela. Quello del collocamento è un problema che, tra gli altri, riguarda moltissime delle oltre 600 caserme dismesse presenti nella regione del Friuli-Venezia Giulia e altrettante caserme che si trovano sparse per il Sud Italia.

Diversa è la questione della riqualificazione di caserme che si trovano in posizioni favorevoli all’interno o a pochi km da centri abitati e grandi città. Nel Novembre del 2014 sono stati firmati dei protocolli d’intesa che hanno riguardato alcune grandi e medie città: Torino, Milano, Piacenza, Firenze, Roma, Napoli, Padova, Trieste e Treviso. Questi protocolli coinvolgono da subito delle task force composte da una serie di soggetti con finalità diverse: Agenzia del Demanio, ministero della Difesa, soprintendenze, comuni, città metropolitane, il tutto al fine di valorizzare i beni immobili affinché siano messi sul mercato e diventino oggetto di riqualificazione urbana.

Un altro problema che riguarda la riqualificazione delle caserme dismesse è quello della gestione del recupero: le aree in cui sorgono e le strutture stesse sono di proprietà dello Stato italiano. All’inizio degli anni duemila, lo stesso Stato ha cominciato a regalare queste strutture ai comuni. Tuttavia, non si è mai trattato di un vero e proprio regalo: i costi per la riqualificazione delle caserme sono molto alti, spesso ingestibili per le casse comunali. Gli stessi comuni hanno sempre invocato una maggiore progettualità e un maggiore aiuto da parte dello Stato, e spesso si ricorre all’aiuto di privati che finanziano il progetto di riqualificazione con la promessa di un guadagno a breve o medio termine. In alcuni casi, i comuni o gli stessi privati, devono addirittura garantire allo Stato parte degli incassi delle attività avviate nelle aree in questione.

Anche le riqualificazioni “dal basso” si trovano ad affrontare i loro problemi: ottenere dallo Stato le concessioni per l’appropriazione e la gestione delle strutture dismesse non è semplice, spesso il processo è lungo e difficoltoso, e molte volte si preferisce evitarlo. Si vengono così a creare attività che non sono regolamentate a livello statale e che sfruttano le strutture dismesse senza averne avuto la concessione. Come detto in precedenza poi, le spese per il recupero delle strutture sono molto alte, e questo spesso scoraggia i cittadini dal farsene carico.

Da un lato quindi, un immobile pubblico abbandonato e inutilizzato rappresenta un grande spreco di risorse per le città; dall’altro le difficoltà che si riscontrano nella totalità del processo di riqualificazione delle aree e delle strutture dismesse sembrano essere un deterrente abbastanza efficace da sconsigliare, nella maggior parte dei casi, i tentativi di recupero.

 

in foto Ex Caserma Guido Reni a Roma

 

Giorgio Di Leo

Giorgio Di Leo

Classe 1992, nato e cresciuto (ahimè!) nella provincia di Milano. Laureato in Scienze Politiche. Aspirante giornalista e amante del calcio e del basket, non posso che stravedere per Federico Buffa.