L’angoscia distopica di Black Mirror

I didn’t expect to find myself in the future, but here I fucking well am.

Ho appena finito il bingewatching della terza stagione di Black Mirror e mi trovo di fronte a una serie di sentimenti contrastanti.

Sono felice, perché nonostante la serie si sia spostata su Netflix e abbia aumentato il numero di puntate (da 3 a 6), la qualità – anche grazie al geniale creatore Charlie Brooker – non ne ha per niente risentito. Anzi, forse è addirittura salita, riuscendo a mantenere l’equilibrio nel filo conduttore che lega tutta la serie: un mix fra satira sociale e una sorta di fantascienza ultra-realistica.

Sono triste, perché di puntate così ben realizzate visivamente e intriganti a livello di storia ne avrei viste altre duecento. La regia è curatissima, così come la fotografia, e contribuisce a creare un’atmosfera cupa, dove i colori che dominano sono il bianco e il nero, come a dire che viviamo in un mondo di estremi. Inoltre Black Mirror può essere considerata una serie “d’autore” in quanto tutte le sceneggiature scaturiscono dalla mente di Charlie Brooker e prendono vita grazie a un cast straordinariamente performante.

Sono un po’ spaventato e allo stesso tempo sollevato, perché in un periodo storico altamente instabile come quello che stiamo vivendo, una serie come Black Mirror risulta indispensabile in quanto, attraverso l’uso satirico di una “distopia realistica”, mette in luce quali potrebbero essere le future degenerazioni della nostra società in un mondo sempre più “social” dove il progresso tecnologico rischia di diventare una minaccia. In questo modo possiamo metabolizzare questi errori ed evitare di commetterli in un futuro che non è mai sembrato così vicino.

Ma, più di tutto, mi ritrovo a provare una sensazione di claustrofobica angoscia. Si sconsiglia vivamente la visione a bambini, deboli di cuore e donne incinte. Più della satira, più della tecnologia degenerata, più della qualità narrativa, il carattere fondamentale che identifica Black Mirror è l’angoscia, che viene costruita attraverso l’insieme di questi elementi. Il mondo di Black Mirror – che, ripeto, è spaventosamente vicino al nostro – avvolge e ingloba i suoi personaggi, intrappolandoli nell’illusione di poter scegliere e di essere padroni del proprio destino. E non è un caso che una delle (pochissime) puntate che finisce “bene” lo fa con il protagonista in prigione, evidenziando paradossalmente come questa sia ormai l’unico luogo in cui si possa davvero essere liberi.

Infine, sono speranzoso, perché mi auguro che l’uso di questo format antologico faccia scuola e permetta di creare sempre più serie di questo tipo. Il fatto che le vicende di ogni puntata non siano connesse tra di loro se non per la tematica comune permette infatti di sperimentare diversi generi narrativi: dal thriller psicologico all’horror, dalla guerra al poliziesco.

Dunque, in attesa dell’annuncio della quarta stagione, non mi resta che guardare in loop tutte le puntate a disposizione, prima di scopire che Netflix ha infiltrato un virus nel mio cervello che mi impedisce di smettere di guardare le sue serie. E se vanno avanti con prodotti del genere, il numero di contagiati non potrà che aumentare.

 

 

Ogni male non viene per nuocere

Una foto pubblicata da Gianmarco De Simone (@mr_chokolade) in data: 23 Ott 2016 alle ore 02:15 PDT

Simone Buzzi Reschini

Simone Buzzi Reschini

Nato a Varese, si laurea in Lettere Moderne a Milano e ora vive a Bologna dove frequenta la magistrale di Cinema, Televisione e Produzione multimediale. Appassionato ad arte di cinema, navigatore incallito e divoratore di serie TV.

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